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Come incombenza domestica non mi dispiaceva del tutto, certo non era tra le più semplici da svolgere – ero ancora piccolo, a un certo punto la mamma aveva deciso però che potevo farcela. Si trattava di una roba più da maschi che da femmine, così mia sorella era tagliata fuori, anche perché tanto magrolina e con pochi muscoli. La domestica, mia madre, mio padre, erano per ragioni varie fuori gioco anche loro, così non restavo che io. Il ghiaccio: si trattava di andare a prenderlo; cioè di comprarlo, caricarselo sulle spalle, e portarlo a casa.
Come ho già detto, in quegli anni non era ancora diffuso il frigorifero tra le famiglie. Praticamente nessuna fa quelle che conoscevano ce l’aveva E il servizio a casa non era una cosa rientrante, allora, fra le abitudini dei negozi veneziani; almeno quelli che trattavano cose di ogni giorno.
A venderlo, almeno nella nostra zona, era un fruttivendolo a metà di Calle delle Botteghe; una laterale del Campo Santo Stefano, sette minuti da casa.
Andavo sempre nel tardo pomeriggio, il sacco di iuta lo portavo da casa. Sapevo già come muovermi, Giovanna, la proprietaria del negozio, era seduta subito a sinistra dell’entrata. Era la donna più grassa che avessi mai visto, avrà pesato centottanta chili, stava seduta su una sedia fatta apposta per lei, sempre vestita di nero, c’era chi la portava a casa e ce la riportava.
Le dicevo quanto mi serviva, lei faceva un segno al commesso addetto al ghiaccio, io andavo lì, e aspettavo che staccassero il pezzo e pagavo, in quell’angolo del negozio, dov’erano ammonticchiati vari parallelepipedi ghiacciati, lunghi circa un metro e mezzo e larghi venti, il commesso staccava il pezzo che avevo ordinato, circa metà, del parallelepipedo, e mi aiutava a sistemarlo dentro il mio sacco di iuta, poi a caricarmelo sule spalle.
A tornare a casa impiegavo sei, sette minuti, pesava parecchio, un po’ mi bagnavo, certo era gelido, ogni tanto mi fermavo per riposare, era duro il e il su e giù per il Ponte dei Frati. ll peggio era comunque arrivato alla mia porta, mi aspettavano gli ottantantanove scalini, con le otto rampe, da sole ci volevano altri cinque minuti.
Una volta a casa andavo direttamente in soffitta, mi facevo aiutare, sfilavo il ghiaccio dal sacco, qualcuno mi soccorreva nello spezzare il troncone gelato e bianchiccio, a metà, con martello e scalpello, e sistemavo il tutto nella ghiacciaia.
Durava circa una settimana, poi era sciolto e occorreva ricominciare.

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