Riceviamo e pubblichiamo

Nella piazza antistante la stazione ferroviaria di Trieste, crocevia di genti e punto di incontro per storie di confine, i volontari dell’associazione Linea d’Ombra si occupano di fornire assistenza minima ai migranti provenienti dalla Rotta Balcanica. Arrivano lì tutte le sere le cucine solidali da tutta Italia a garantire un pasto caldo.

Nelle prime settimane di novembre, diversi incendi hanno interessato gli stabili abbandonati del Porto Vecchio, edifici fatiscenti che, in assenza di alternative, diventano rifugio per uomini e ragazzi in attesa del loro appuntamento presso l’UGicio Immigrazione di Trieste.

Secondo la Direttiva 2013/33/UE, ogni richiedente asilo dovrebbe poter contare su alloggi sicuri e dignitosi, adeguati ai bisogni e alle condizioni climatiche, e su accoglienza priva di trattamenti degradanti.

Per comprendere la portata dell’abbandono istituzionale, è suGiciente varcare l’ingresso di uno di questi edifici. In un primo magazzino – privo di porte, finestre e servizi – vivono alcuni ragazzi afgani. Ricavano spazi “chiusi” utilizzando reti di cantiere isolate con delle coperte e altri materiali di fortuna. A terra su pallet ricoperti da strati di tessuti allestiscono giacigli essenziali ma ordinati. Le scarpe, una accanto all’altra su mensole improvvisate, le pantofole all’interno dell’alloggio. Una scopa e una paletta, posizionate accanto all’ingresso, testimoniano la volontà di mantenere pulito il poco che hanno. All’esterno, invece, si accumula disordinatamente tutto ciò che è consumato, rotto.

In altri edifici, disposti su più piani, gli ambienti assumono funzioni distinte: una stanza per cucinare e scaldarsi attorno a un fuoco sempre acceso, un’altra per dormire, con coperte e materassi posati uno accanto all’altro.

In questo scenario di disagio estremo, ciò che i migranti mostrano con più orgoglio — e frustrazione — è una bustina di plastica che contiene il documento più importante: il foglio dell’appuntamento in Questura. La data cancellata a penna, una, due, tre, quattro, cinque volte e riscritta. Un rinvio che prolunga questa condizione.

Fuori dagli stabili, intanto, operai impegnati nella riqualificazione dell’area lavorano tra i migranti, mentre alcuni ragazzi trasportano secchi di acqua potabile recuperata a decine di minuti di cammino.

Gli incendi recenti, di origine ancora controversa, hanno richiesto l’intervento dei vigili del fuoco. Una testimonianza riferisce che un uomo caucasico sia stato visto appiccare volontariamente uno dei roghi. Invece una specie di testata cittadina riferisce che sia causato da un qualche “estremista”. Nonostante l’indignazione tra i volontari, si è scelto di evitare clamore, in un clima cittadino già segnato da pressioni per sgomberi e provvedimenti restrittivi. Un cartello vieta l’accesso agli stabili in otto lingue. Il sindaco ha ipotizzato l’introduzione di un Daspo, misura che, come già avvenuto per lo sgombero dell’ex Silos, rischierebbe semplicemente di spostare la presenza dei migranti altrove.

È facile, per chi guarda da fuori, giustificare l’abbandono istituzionale ragionando in termini di legalità o illegalità dei movimenti umani. In realtà, ciò che si osserva a Trieste rientra in una cosiddetta politica della deterrenza: una combinazione violenta di rigidità burocratiche e mancata assistenza che espone deliberatamente le persone a condizioni degradanti, nonostante sulla carta abbiano diritto a un’accoglienza dignitosa.

Affollamento, assenza di strutture, scarsità di servizi: ciò che altrove sarebbe un fallimento qui diventa uno strumento implicito di gestione.

La compressione dei diritti avviene ancora prima su un piano gnoseologico: una retorica istituzionale che contribuisce alla disumanizzazione dei migranti, ridotti a variabili di sicurezza anziché a esseri umani con biografie, diritti e vulnerabilità. Questo approccio ha profondamente influenzato le politiche di confine, favorendo l’esternalizzazione dei controlli, la militarizzazione delle frontiere e la normalizzazione della violenza come strumento di gestione migratoria.

Tra il 2014 e il 2025 si stimano circa 700 morti lungo la Rotta Balcanica — un dato parziale, poiché non esiste un sistema di monitoraggio unificato. Solo nei giorni scorsi, a Udine, due cittadini pakistani sono stati trovati senza vita dopo aver acceso un braciere in un casolare abbandonato.

Queste morti non possono essere considerate “incidenti”: sono conseguenze dirette delle politiche europee che costringono le persone a intraprendere percorsi estremamente rischiosi, privi di canali legali e sicuri.

Nonostante la complessità e la scomodità della questione migratoria, gli incendi al Porto Vecchio di Trieste rappresentano un amaro promemoria: riconoscere la negazione dei diritti altrui non è soltanto una questione di legge. In un’epoca che ha smarrito l’altruismo, il rispetto dei diritti dei più vulnerabili resta l’unico vero metro per misurare la nostra civiltà

D. Lorenzoni – F. Costantini

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