I saggi di Paolo Cendon sono pieni di gemme, di preziosi frammenti, capaci di gettare luce e di farci meglio comprendere e riscoprire non solo il diritto, ma anche e soprattutto la parte più profonda di ciascuno di noi, l’essenza dell’uomo.
Rileggo, ad esempio, questo passo contenuto nel saggio Fragilità il tuo nome è essere umano (Key editore, 2015, 11): “Questo – ossia ciò che si fa (o che non si fa) ben più che ciò che si è (o non si è) – mi è sempre parso il bandolo. Questo, cioè il pensiero di ciò che si vorrebbe realizzare, il tendere … verso quanto le ombre contingenti ci negano – e che la fantasia accarezza da lontano, animando i particolari come nei comics: con tale intensità da farli apparire vivi. … Dentro se stesso, fino all’ultima favilla, chi è svantaggiato continua a viversi in quel modo, soggettivamente o oggettivamente – ecco perchè le differenze rispetto ai forti non esistono … Anche i disabili, loro soprattutto: sognano di correre fra i boschi, di vedersi assegnata quella casa, di imbellire un pò; di incontrare tenerezze, di ricevere finalmente quell’eredità, di andare ai concerti di cui parlano i giornali”.
I sogni dunque, i sogni dei disabili, dei fragili, ma anche – e quindi – di ciascuno di noi.
Tutti noi, in qualunque stato, a qualunque età, in qualunque fase della vita, siamo pieni di sogni, di desideri che accarezziamo, di obiettivi che ci rappresentiamo, senza comprendere che gli stessi sono il segno della nostra percezione, per lo più inconsapevole o non pienamente consapevole, della nostra imperfezione che cerchiamo di colmare. I sogni sono, infatti, espressione di quel desiderio incessante che tende alla perfezione (senza mai poterla raggiungere), e che ci rende vivi, ma al tempo stesso fragili. I sogni sono il motore del cuore, ma non devono diventarne i padroni, non devono diventare cioè una presenza ingombrante che finisce per sovrastarci, generando ansia o frustrazione e/o altri sentimenti negativi. I sogni sono il nostro tesoro, ma è un tesoro che occorre trattare con accuratezza perchè si trova racchiuso in quei vasi di creta che siamo noi (S.Paolo, seconda lettera ai Corinzi, 4.7), resistenti e fragili allo stesso tempo. Spesso, invece, e sempre di più nell’attualità, la percezione dell’imperfezione genera nell’uomo desideri di potenza che comportano antagonismi anche violenti, intolleranze e sopraffazioni, di cui si tende anche ad elaborare artificiosamente delle giustificazioni ed addirittura legittimazioni. E così si diventa noncuranti delle fragilità altrui, come se non fossero anche le nostre, si tende a svilire i sogni degli altri, di quelli che si ritiene abbiano una minore utilità sociale, e che, quindi, potrebbero essere anche sacrificati in nome ed in vista di un bene superiore che quasi sempre finisce per coincidere con la realizzazione dei sogni e degli obiettivi dei più forti.
I passi di Paolo Cendon colpiscono non solo per la profondità dei contenuti, ma anche per il loro stile letterario, che lo pone all’altezza dei più grandi, quella, ad esempio, di Dostoevskij, che in Delitto e castigo, ci ha fatto toccare fin dove può giungere la malsana tendenza dell’uomo (nel romanzo, del protagonista Raskol’nikov) allo svilimento dei sogni e più in generale della dignità altrui al fine di giustificare e legittimare la propria volontà di sopraffazione: “Da una parte, un pidocchio, una vecchia tisica, stupida, malvagia, inutile, viziosa, che non serve a nessuno, anzi fa del male a tutti, che non sa nemmeno lei perché vive, e che fra un mese si spegnerà da sola. Dall’altra parte, giovani forze fresche, che muoiono a migliaia senza alcun sostegno, dappertutto! Cento, mille, più di mille buone azioni e imprese si potrebbero orientare e sostenere con il denaro della vecchia! … Centinaia di famiglie salvate dalla miseria, dalla rovina, dal vizio… E con i suoi soldi! Ucciderla? Ucciderla e basta? E poi, lei merita la morte! La ucciderei io stesso, credo, senza rimorso! (F.Dostoevskij, Delitto e castigo, prima parte, VI). Lo sviluppo inevitabile di questo percorso malsano è quello di suddividere l’umanità in due categorie, gli uomini ordinari (“gli uomini ordinari devono vivere in sottomissione e non hanno il diritto di trasgredire la legge”: Id., terza parte, V) e quelli straordinari (“che hanno il dono o il talento di dire qualcosa di nuovo …e hanno il diritto di trasgredire la legge … e persino di commettere dei crimini”: Ibidem); i deboli ed i forti, ed ovviamente si fa di tutto per appartenere alla categoria dei forti: l’io è tutto concentrato su se stesso, dimentico del mistero che lo circonda, dimentico della sua imperfezione che lo rende fragile e lo accomuna a tutti gli altri uomini.
Ecco, proprio nella drammatica attualità dei giorni che stiamo vivendo, occorre, senza rinunziare ai nostri sogni, piccoli o grandi che siano, riconoscere ed accettare la nostra imperfezione e fragilità, ed anche a tal fine ritornare a – e diffondere – la lettura delle pagine di Paolo Cendon che sempre ci fanno cogliere proprio nella fragilità la cifra che ci accomuna tutti e che impone a ciascuno il pieno rispetto della pari dignità dell’altro.

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