Una donna ha raccontato a fanpage di essersi sentita tradita dal momento che il suo molestatore ha patteggiato la pena e se la caverà con comode sedute di psicoterapia.
Il tribunale di Roma infatti ha stabilito, giovedì 20 novembre, che il primario di pneumologia del Gemelli accusato di aver molestato una paziente nel 2022, dovrà recarsi due volte a settimana presso il CIPM Lazio APS, associazione specializzata nella prevenzione e nel trattamento della violenza interpersonale, degli abusi sessuali e dei comportamenti connessi alla pedopornografia online. Il giudice ha confermato il patteggiamento a undici mesi e dieci giorni. La pena è sospesa, ma è vincolata alla partecipazione al percorso terapeutico, che dovrà essere svolto con costanza. Il primario, intanto, è stato sospeso dall’incarico al Gemelli.
Questo senso di tradimento è anche nostro come donne, perché avremmo voluto che un medico con cui un paziente stabilisce un rapporto fiduciario non fosse autore di molestie, andando a colpire una persona che si è rivolta a lui per necessità e in un momento di fragilità perché si suppone abbia problemi di salute, o timori riguardanti la salute.
Ancor di più ci siamo sentire tradite per l’intervista rilasciata dai due avvocati dell’uomo che – difronte alla donna che ha testimoniato del danno ricevuto dai comportamenti dell’uomo per i quali lo stesso è stato condannato a unici mesi e dieci giorni – hanno detto con molta arroganza: “Come sa bene chiunque abbia un briciolo di dimestichezza col codice di procedura penale e con l’onestà intellettuale, la sentenza di patteggiamento non è una sentenza di condanna e non implica alcun accertamento dei fatti, rispetto ai quali il professore R. si è sempre dichiarato e continua a dichiararsi estraneo; fatti che in ogni caso vengono oggi qualificati come di lieve entità. La sentenza di patteggiamento, quindi, per un verso, non può e non deve essere scambiata per una ammissione di responsabilità e, per un altro verso, trova la propria ragion d’essere, almeno nel caso di specie, nell’evitare la celebrazione, anche mediatica, di un processo fin da principio e troppo spesso fatto oggetto di inappropriate rappresentazioni”.
Ci chiediamo allora che senso ha inviare un uomo a un trattamento psicologico mirato alla consapevolezza del reato commesso, perché impari a non trasgredire più, se non ammette la sua responsabilità?
Abbiamo girato la domanda (in allegato) alla penalista Giovanna Cacciapuoti del foro di Napoli e componente della commissione sulla violenza di genere dell’ordine degli avvocati.

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