La talidomide venne introdotta nel 1957 dalla casa farmaceutica tedesca Grünenthal, col nome di Contergan, un farmaco che curava le infezioni dell’apparato respiratorio. Proposta come sicura, innocua ed economica, che costituiva il principio attivo di parecchi prodotti farmaceutici: cioè aggiunta o mescolata con altri farmaci, era somministrata per curare anche il banale raffreddore. Fin da subito si capì però che aveva anche buoni effetti curativi sull’insonnia e sulla nausea mattutina delle donne che aspettavano un bambino. Prima di introdurlo sul mercato furono svolti test sugli animali, come era ormai abitudine acclarata, ma non vennero inclusi animali gravidi, perché non era ancora noto che i farmaci potessero passare la barriera placentare.
Venne venduta pertanto liberamente, senza alcuna prescrizione medica, nelle farmacie di vari paesi del mondo, come farmaco da banco. Non sembrava infatti essere particolarmente tossica e venne ampiamente somministrata alle donne incinte per le sue blande proprietà sedative. Purtroppo, causò la nascita di 10 mila neonati con braccia accorciate, gambe paralizzate, occhi mancanti, organi deformi. L’effetto teratogeno del farmaco indusse infatti alterazioni del normale sviluppo del feto durante la gravidanza e provocò aborti spontanei – nei casi più fortunati – oppure, cosa ancor più dolorosa, malformazioni congenite gravissime quali amelìa (assenza degli arti), emimelia (mancanza di alcuni segmenti ossei, soprattutto degli arti), focomelia (riduzione delle ossa lunghe degli arti) e micromelia (deficiente sviluppo degli arti). Bambini con i corpi marchiati da mostruosità, di cui all’inizio i medici fecero fatica a capirne le cause. Ma poi il collegamento con l’assunzione della talidomide fu evidente, in quanto tutte le madri di quei neonati l’avevano utilizzata durante la gravidanza
Quello della talidomide fu uno dei più grandi disastri farmaceutici della storia. Degli oltre 10 mila bambini nati con le problematiche causate dal farmaco molti morirono, mentre quelli che sopravvissero dovettero affrontate enormi sofferenze fisiche e psicologiche per le continue operazioni chirurgiche a cui furono sottoposti, i pregiudizi causati dalle loro deformità, l’esclusione sociale derivante dalla loro diversità e in definitiva una vita all’insegna della lotta per esistere con dignità come tutti gli altri esseri umani.
Ciò che ha insegnato questa terribile tragedia è che non può esistere una scienza giusta se questa non è profondamente legata all’etica, né una medicina che nasca da un profondo rigore scientifico, né tanto meno un profitto che non si interpelli sulle responsabilità dei prodotti che immette sul mercato. Perché – a ben pensarci – quello su cui ci si interrogò in seguito fu il perché proprio una medicina che prometteva sollievo alle sofferenze in realtà avesse causato un dolore inimmaginabile in tanti individui e i loro familiari, che ancora oggi si fa fatica a dimenticare.
La talidomide non è stata mai bandita dal mercato farmaceutico. Esiste ancora oggi, in quanto si è scoperto che se ben calibrata e adeguatamente utilizzata può essere anche un valido trattamento per la lebbra, alcuni tumori della pelle e le malattie autoimmuni. Ancora, però, al solo ricordarlo, il nome di questo farmaco riporta alla memoria una ferita profonda, un ammonimento affinché la vita umana non venga mai più trattata come un esperimento.
Ma come ben sappiamo la storia si ripete sempre uguale e gli errori commessi si ripropongono con i soliti ignobili meccanismi. Il caso della talidomide ci dice ancora con chiarezza cosa accade quando la cura viene sostituita dalla fretta e l’umanità viene messa da parte, perché non si dimentichi mai che ogni progresso richiede responsabilità. E che nessuna guarigione è vera se causa una ferita più grande della malattia.
Soltanto 43 anni dopo la revoca di tutti nomi commerciali dei farmaci a base del principio attivo, nel 200 lo Stato italiano ha riconosciuto la sindrome da talidomide e nel 2007, con la Legge 244 ha riconosciuto un indennizzo alle vittime affette da amelia, emimelia, focomelia e micromelia; le persone indennizzate dovevano essere nate fra il 1959 e il 1965, periodo in cui in Italia il farmaco avrebbe liberamente circolato, nonostante il ritiro dal commercio nel 1962. Il successivo Decreto Legge 113/2016 ha esteso poi il riconoscimento dell’indennizzo anche ai nati nel 1958 e nel 1966, prevedendo un ulteriore ampliamento al successivo comma: «L’indennizzo di cui al comma 1 è riconosciuto, a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, anche ai soggetti che, ancorché nati al di fuori del periodo ivi previsto, presentano malformazioni compatibili con la sindrome da talidomide. Al fine dell’accertamento del nesso causale tra l’assunzione del farmaco talidomide in gravidanza e le lesioni o l’infermità da cui è derivata la menomazione permanente nelle forme dell’amelia, dell’emimelia, della focomelia e della micromelia, i predetti soggetti possono chiedere di essere sottoposti al giudizio sanitario ai sensi dell’articolo 2 del regolamento di cui al decreto del Ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali 2 ottobre 2009, n. 163». Interessante è l’emergere del nuovo “principio della compatibilità”, una nozione giurisprudenziale che è un’apertura notevole e una nuovissima agevolazione rispetto ad analoghi settori assistenziali e assicurativi.
Le due norme citate, la seconda mera estensione della prima, hanno lo stesso scopo che è quello di indennizzare le vittime da talidomide ed entrambe invocano lo stesso riferimento normativo per l’inquadramento dell’elargizione economica, ossia l’articolo 1 della Legge 29 ottobre 2005, n. 229, recante Disposizioni in materia di indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie).

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