Già prima dell’incidente ai miei genitori qualcosa, dentro di me, era venuto appannandosi.

  Da un po’ avevano smesso di ripetermi, entrambi, che ero ‘’pur con qualche imperfezione’’ un ‘’bel giovanotto’’; e il tempo aveva sempre più confermato quanto le ‘’irregolarità somatiche’’ fossero, negli esseri umani, destinate a creare solitudine.

 Non soltanto donne: Quasimodo o Toulouse Lautrec, ad esempio, Gwynplaine, lo stesso Gregor metamorfico di Kafka; ognuno di quei personaggi mi aveva   insegnato qualcosa.    

  Alle medie e al liceo non era diventata più ‘’ortodossa’’ la mia fronte: né erano migliorate, per tono o lucentezza, le mie pupille. Simile a prima anche la linea delle labbra, ingrossate semmai negli anni; portavo ora gli occhiali, lenti piuttosto spesse, montatura scura.  

  Come se non esistessi quale essere umano, per le mie coetanee; secondo quanto già era successo con Giulia, davanti al gallo di ceramica.

‘’La faccia che ti è toccata in sorte, ovunque ti segue, si accompagna a te’’. ‘’Ti precede anzi per strada, annunciando il tuo arrivo’’.  

 Tanti i riscontri di come apparivo all’esterno, con gli altri; ‘‘Anche dormendo quel viso particolare’’.  Non era Marcus a   suggestionarsi, sempre identico mi ritrovavo alla mattina.

   I brutti che piacevano, alle ragazze, sperare di rientrare fra questi: impossibile per uno del mio stampo, non emanavo ‘’qualcosa di speciale’’. Mancava di ‘’vera intensità nelle fattezze’’

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