Le chiavi del non star bene

  Il diritto privato non può limitarsi, ecco la traccia da cui il legislatore muove, a prendere in considerazione la sola “clientela pesante” –  gli individui schiacciati, senza tregua e per sempre, lungo le soglie estreme della disgrazia: creature impossibilitate a fare alcunché nella loro vita o destinate, ben che vada, a combinare periodicamente disastri (a se stessi, ai familiari, a chi sta loro accanto).   Non esistono sulla terra soltanto situazioni del genere 

  Sotto il profilo della destrezza mentale, per cominciare. Il mondo non è fatto (si legge negli scritti degli stessi civilisti, sempre più spesso, partire dagli anni 70, soprattutto dopo la l. 180/1978; e sarà anche il punto di partenza del primo progetto sull’AdS) unicamente di soggetti sani al 100% oppure malati “di testa” al 100%. Innumerevoli sono gli esseri che sul piano dell’intendere o del volere si collocano,  piuttosto, a metà strada,  che stanno psichicamente “così così”: bene una settimana e male  quella dopo, lucidi per un verso e distratti per l’altro; qua vitali e smaniosi, là invece torpidi o rassegnati – assenti e presenti al tempo stesso.

  Né il discorso varia per le categorie che appartengono, secondo la nomenclatura tradizionale, alla residua della devianza: alcolisti, anziani della quarta età (ove bisognosi di aiuto, beninteso), morenti visionari, down, disabili i (anche sul piano meramente fisico, laddove ciò generi ostacoli gestionali accentuati e significativi), parkinsoniani, oppure barboni, sofferenti del morbo di Alzheimer, maniaci del sesso, oligofrenici, vittime di un ictus, giocatori d’azzardo, o ancora pazienti in SVP, tossicodipendenti, coatti e anancastici, eremiti, seguaci di una setta, soggetti con disabilità anche gravi

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