Riceviamo e pubblichiamo 

Chiedo ancora una volta ospitalità a questa testata, anche se sento tutta l’usura delle parole che utilizziamo da anni e che suonano consunte in primo luogo proprio a me. 

Siamo a Trieste, la lontana provincia dell’impero, oggi il punto di entrata in Europa,  o almeno in quella zona percepita come ricca e sicura dell’Europa  da parte di chi rischia la propria vita nella rotta balcanica. 

Non sono iperboli retoriche, è semplicemente la realtà : degli esseri umani tentano il tutto per tutto per cambiare la propria vita e quella delle famiglie lontane.  Le tombe di NN nei balcani conservano i resti senza nome mentre le famiglie nulla sanno del proprio caro, i fiumi, i boschi sono spesso trappole mortali. A volte invece non si muore, ma si lascia qualche pezzo di sé. E non è una perdita romantica o sentimentale quella di cui vi parlo, è proprio una perdita fisica. 

Alle elementari ci insegnavano la canzone del comandante – il testamento dell’alpino, che lasciava in eredità il primo pezzo alla patria, il secondo al battaglione e il terzo alla mamma.  Mi è tornata alla memoria quando ho letto la (non) notizia dei tre giovani sudanesi salvati in Bosnia dal congelamento ma non dall’amputazione di pieni e mani – che vita, che prezzo stanno pagando per aver cercato di mettersi in salvo dall’inferno di cui ci interessa davvero poco?   Respinti ai confini dell’Europa, non dovremmo aver dubbio che questi  “invasori” fossero in fuga da una guerrra,  colpevoli di aver cercato salvezza.  Per chi volesse saperne di più basta cercare “SOS Balkanroute”.

A Trieste, città della Bora e della Barcolana, che si vorrebbe anche città dell’ovovia,  un centinaio di esseri umani  dorme  in strada.  Si chiama politica della deterrenza, e non è fatta in silenzio, anzi, è proclamata in interviste ufficiali : non ce ne occupiamo, non vogliamo, non ci interessa.

Nel ricco “noi siamo Friuli Venezia Giulia” registriamo  per ora 4 morti, e a giorni alterni si chiama l’ambulanza e si ricovera qualcuno. Malattie da raffreddamento, intossicazioni da monossido di chi cerca di scaldarsi negli edifici del Porto Vecchio,  cui una rete privata e la diocesi triestina cercano di far fronte per quanto nelle loro possibilità, ma manca lo Stato.

Essere dimessi dall’ospedale con l’indicazione standard “si rimanda al domicilio” e raccomandare di “proseguire la terapia con antibiotico e aerosol” suona totalmente beffardo, quando il paziente dimesso viene rilasciato in strada. Eppure è quanto ci è dato di leggere in questo 2026  a Trieste, dove le persone che si presentano in questura per chiedere protezione vengono rimandate di settimana in settimana, in barba ad ogni diritto.  

Nevica e c’è la bora, davvero non riusciamo nemmeno a lasciare aperta una sala d’attesa della stazione ferroviaria?

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