‘’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’
Sutura senza anestesia, niente aiuto per l’allattamento, minacce verbali ed epidurale negata: così le mamme vengono lasciate sole e impreparate
——————————-
In Italia, troppe donne vivono il parto come un momento di violenza, non di accoglienza. Secondo i dati del progetto Forties dell’Università di Padova (2025), quattro donne su dieci subiscono maltrattamenti fisici o psicologici nel periodo del parto: si va dalle offese verbali a interventi medici invasivi senza consenso o anestesia.
Non ci si deve stupire se oggi molte donne scelgono di non fare il secondo figlio per paura di «ripassarci». Un’esperienza che dovrebbe essere rispettosa diventa spesso fonte di dolore e umiliazione. Il 43% delle donne definisce il parto traumatico; il 33% ha subito un’episiotomia senza anestesia, il 32% manovre mediche non sempre necessarie e il 15% nessuna analgesia. Più della metà di chi partorisce con cesareo non ha una persona accanto, e quasi una su tre si è sentita giudicata per non aver iniziato subito ad allattare.
Per quanto riguarda il post partum, in particolare l’allattamento, un terzo delle donne non ha ricevuto istruzioni, mentre il 28% ha sperimentato disagio per il ritardo nell’allattamento. Addirittura un terzo delle madri non ha ricevuto spiegazione su come attaccare il bambino al seno. Un quarto delle madri ha dichiarato che il proprio dolore è stato sminuito: “Capita a tutte, non sei la prima nè l’ultima”.
Tutto questo è violenza ostetrica e per fare un cambio di passo in questa cultura che vede il parto come un atto sanitario, da fare velocemente e senza complicazioni, senza sentimenti, bisogna prima capire come nasce il fenomeno e dove affonda le radici, con dati e testimonianze.
‘’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’’
La violenza ostetrica, secondo lo studio dell’Università di Udine “Obstetric violence in the European Union: Situational analysis and policy recommendations”, è una violazione dei diritti umani e una forma di violenza istituzionale di genere, derivante dalla pratica di azioni inappropriate, dolorose, o non consensuali, e di comportamenti sessisti durante l’assistenza al parto. Non è una violenza di tipo individuale, ma strutturale e di sistema.
Questo percorso che, soprattutto in Italia, viene svolto prevalentemente in un habitat sanitario, è spesso gestito secondo un approccio seriale dell’assistenza, tutto orientato a salvaguardare le procedure di sistema, anche a scapito del benessere delle persone.
In questo senso, la violenza ostetrica si potrebbe configurare come una forma specifica, particolarmente discriminante, perché aggravata da un esito sessista, del più generale deficit di umanizzazione dell’assistenza sanitaria.
Ne parla anche l’Oms. La letteratura internazionale, infatti, discute di disrespect and abuse in childbirth e di “assistenza materna rispettosa” come standard di diritto alla salute: la dichiarazione OMS del 2014 chiede agli Stati di prevenire ed eliminare tali pratiche e di garantire cure dignitose e informate. Organizzazione Mondiale della SanitàWHO Apps
Sul piano professionale, in Italia una parte del mondo clinico contesta il termine ritenendolo “improprio”, pur riconoscendo l’esistenza di comportamenti e organizzazioni che possono ledere diritti e benessere delle donne. La disputa semantica, però, non elimina il tema sostanziale: come rendere misurabile e responsabile la qualità relazionale e clinica dell’assistenza alla nascita.
Il Rapporto nazionale CeDAP (Certificato di Assistenza al Parto), pubblicato dal Ministero della Salute e sintetizzato dall’Istituto Superiore di Sanità, resta la bussola più affidabile per comprendere come si partorisce oggi in Italia. L’ultima edizione, relativa al 2023 e diffusa nel 2025, mette in luce tre aspetti critici: la percentuale ancora molto alta e disomogenea di tagli cesarei, l’eccesso di esami durante la gravidanza e una trasparenza dei dati che resta parziale.
Sul fronte dei cesarei, i numeri parlano chiaro: il 30,3% dei parti avviene con questa modalità, ma con differenze enormi tra le regioni, che oscillano dal 17% della Toscana fino al 42,7% della Campania. Ancora più marcato il divario tra strutture pubbliche e private: negli ospedali pubblici i cesarei si attestano al 28,7%, mentre nelle case di cura accreditate la percentuale balza al 45%. La classificazione di Robson, raccomandata dall’Oms, mostra come il ricorso al cesareo sia particolarmente frequente tra le primipare a termine e, soprattutto, tra le donne già sottoposte in passato a questo tipo di intervento.
Altro dato che colpisce riguarda gli esami in gravidanza. Il 76,7% delle gestazioni supera le tre ecografie, a fronte delle due indicate dalle linee guida nazionali nei casi fisiologici. Un segnale evidente di inappropriatezza prescrittiva e di una medicalizzazione che, non sempre, si traduce in un reale valore aggiunto per la madre e il nascituro.
Il quadro delineato dal CeDAP solleva quindi una domanda di fondo: come coniugare sicurezza e appropriatezza clinica con una reale umanizzazione del percorso nascita?
A incidere è innanzitutto una generale carenza di attenzione alla componente “umana” del rapporto tra operatori sanitari e pazienti. Un vuoto che deriva da un modello organizzativo pensato per l’efficienza del sistema più che per la centralità della persona. Nel caso del percorso nascita, però, questo deficit si intreccia con una componente di sessismo strutturale: a essere coinvolte non sono pazienti malate, ma donne sane, spesso non disposte ad assumere un atteggiamento passivo, capaci di esprimere dolore, disagio, domande insistenti e bisogni di comprensione e di scelta rispetto al proprio corpo.
La ricerca, tuttora in corso in Italia, coordinata dalla professoressa Lucia Ponti, psicologa e psicoterapeuta dell’Università di Urbino, prova a dare una risposta a questi interrogativi. L’indagine ha coinvolto finora un campione di oltre 1300 donne, risulta che oltre il 76% di esse è stato vittima di una qualche forma di violenza ostetrica.
Va chiarito che non si tratta della responsabilità di singoli professionisti, ma di una fenomenologia di sistema. Una dinamica che nasce dall’egemonia del paradigma bio-medico applicato al parto (che come tornerà spesso viene visto come centrato quasi esclusivamente sugli aspetti clinici) e da una cultura sanitaria ancora poco alfabetizzata a un rapporto rispettoso con il corpo delle persone, in particolare con quello femminile.
Il risultato è un modello assistenziale che tende a ridurre la relazione a un atto di “guarigione” o di “controllo”, trascurando il valore della cura, del consenso informato, della non discriminazione.
In questo senso, ripartire dal corpo delle donne e dalla loro esperienza soggettiva potrebbe essere la chiave per una riforma culturale profonda del sistema sanitario: un modo per non sacrificare la sicurezza clinica, che resta un’eccellenza italiana, ma arricchirla di umanità, ascolto e rispetto.

Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.