Credo si possano dare mille definizioni della fragilità, che è diventata fra l’altro un termine molto in voga oggi. Quella che il diritto civile può preferire, verosimilmente, è una formula che scandisca il contrasto fra ciò che una persona fa/sente “attualmente”, e ciò che la stessa farebbe/sentirebbe se mancassero “determinati ostacoli” (per usare il termine dell’articolo 3 della Costituzione) che affettano e oscurano la sua agenda quotidiana.
Forse possiamo partire dalla nozione “di combinazione esistenziale”, della sintesi di tutto ciò che uno mette nel suo progetto di vita, nella sua mongolfiera personale, nelle sue speranze più o meno oniriche di inveramento, finché avrà vita: ciò che blocca piò o meno contingentemente alcuni rivoli di progettualità specifica di quel certo essere umano è il danno, la mancanza, la sofferenza, la ferita, che talvolta è compito della Repubblica rimuovere.

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