Non tanto quelli tra la squadra dei “forti” da un lato, e la compagine dei “deboli” dall’altro; oppure – quasi lo stesso – tra ciò che    una persona in difficoltà    fa attualmente, con un minor tasso di freschezza, e ciò che essa faceva prima che nella sua casella irrompessero quei fattori di scompenso, disordine.

 Piuttosto – questo sì – la messa a paragone fra quello che un essere “debole” si trova costretto a fare o a non fare, contingentemente, e ciò che avverrebbe   nelle sue giornate qualora fossero attivi i supporti  (educativi, di cantiere, rincuoranti, ospedalieri)  capaci di neutralizzare, in tutto o in parte, i riflessi negativi delle manchevolezze.

  Parole chiave d’intervento?  Scambio, interfaccia, respiro, empatia: valutare   ciò che sta accadendo, per chi sta male, capire quali   vie saranno condivise, preferibili. Le leve giudiziali come percorsi elastici, rinnovabili a ogni istante, anche dietro istanza dell’interessato. Il benessere quale insieme destinato a fluire, che si spende giorno per giorno; qualcosa privo di intralci, a misura d’uomo.

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