Dall’assistenza alla vittima alla testimonianza sul caso
Elvira Reale, Gabriella Ferrari Bravo, Rosa Di Matteo, Caterina Arcidiacono, Antonella Bozzaotra, Ester Ricciardelli
L’ottica dell’assistenza e della tutela è propria dei servizi pubblici, ad essa aderiscono anche in parte i centri anti-violenza e le associazioni di scopo finanziati dagli enti locali; ma tale funzione assistenziale, secondo le direttive internazionali, non può essere superata e sostituita dalla mission culturale che è propria della storia dei centri anti-violenza, in virtù della quale, a differenza delle istituzioni, essi sono e si sentono liberi di sviluppare un progetto con la donna che prescinda dalle finalità di assistenza e che si ricolleghi al filone dell’autocoscienza, dell’empowerment e dell’autodeterminazione. La confusione che oggi si è generata, tra ottica di servizio e ottica politico-culturale dei centri, deve trovare uno sbocco. Esso non può che essere la centralità della mission politico/culturale dei centri, ovvero il loro rappresentare gli interessi e i diritti delle donne presso le istituzioni e, soprattutto, il loro vigilare su un agire inadeguato delle istituzioni (la così detta vittimizzazione secondaria, stigmatizzata dalla stessa Convenzione di Istanbul, dal Grevio e da altri organismi internazionali, oltre che dalla nostra Commissione d’inchiesta sul femminicidio della scorsa legislatura).
Fulcro essenziale, insostituibile e non delegabile a terzi dell’attività dei centri è quindi la rappresentanza dei diritti delle donne che subiscono violenza: ai centri spetta l’onere di far valere il punto di vista delle donne che devono poter rappresentare, in tutti i luoghi dove si decide della loro vita. Primi fra tutti i tribunali civili e penali, e poi presso tutti i servizi istituzionali con cui una donna – considerata socialmente e giuridicamente (e non psicologicamente) come vittima – s’interfaccia all’inizio del percorso di uscita dalla violenza.
Vai all’articolo completo pubblicato su PERSONA E DANNO il 22.12.23

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