“La violenza di genere è un sistema. È la conseguenza estrema di rapporti sbilanciati, di un’idea di possesso che ancora oggi resiste sotto la superficie delle nostre società. E quando questo sistema esplode nella sua espressione più feroce, prende un nome preciso: femminicidio”, come scrive, nell’ultimo editoriale, Emilio Carelli, direttore della rivista L’Espresso. E ancora Carelli aggiunge che la parola femminicidio, la cui introduzione da alcuni è stata vista esclusivamente come la sottolineatura forzata dell’appartenenza della vittima al sesso femminile, è invece “un termine necessario perché fotografa un fatto: le donne vengono uccise perché sono donne. Perché si sottraggono al controllo, perché rifiutano la subordinazione, perché in troppi casi una cultura patriarcale continua a considerarle inferiori, disponibili, sacrificabili”. 

Perché – aggiungerei – il patriarcato è attualmente lontano a morire e la violenza maschile è ancora un fenomeno regolare e costante anche e soprattutto in Italia, dove esistono indubbie resistenze culturali trasversali a tutti i ceti sociali, ma anche ai partiti politici, cosa che ne ha aiutato la continuità pure dopo il necessario cambiamento delle norme giuridiche. Il patriarcato, infatti, come rappresentazione delle relazioni tra uomini e donne, non è solo una struttura giuridico-normativa, ma è piuttosto un atteggiamento culturale ed etico, un modo di essere, di vivere, di vedersi all’interno della società, che si manifesta in una divisione disarmonica del lavoro e del potere in famiglia, nella sottovalutazione delle capacità femminili nel mercato del lavoro e nelle strutture gerarchiche, nell’idea che siano le donne a dover stare attente a non solleticare la libido maschile, evitando di mettersi in situazioni strane che possano scatenarla. 

D’altro canto proprio in Italia, “culla della civiltà”, sussistono forti stereotipi di genere. E l’ultima Indagine ISTAT lo dimostra ampiamente:  il 10,2 % delle persone tra i 18 e i 74 anni ritiene ammissibile che un uomo controlli abitualmente il cellulare o l’attività sui social della propria moglie, compagna, fidanzata; un uomo su cinque crede che le donne possano provocare la violenza sessuale con il proprio modo di vestire; il 23 % degli uomini adulti pensa che sia compito dell’uomo provvedere alle necessità della famiglia e  il 24,6 % che gli uomini siano meno adatti ad occuparsi delle faccende; l’8,7 % degli uomini conviene che sia l’uomo a dover prendere le decisioni importanti per la famiglia, con un 8,1 % che sostiene che una buona moglie/compagna debba appoggiare le idee del proprio marito/compagno, pure quando non è d’accordo. 

Per questo si continua a parlare di patriarcato, anche se le strutture normative e i principi che ispirano una società democratica non lo riconoscono più, o almeno chiudono un occhio per non vederlo. 

Forse, però, parlando della violenza di genere, bisogna tenere conto di ulteriori e più probabili origini e fattori, che hanno a che fare più che con la sopravvivenza del patriarcato, con gli effetti dell’indebolimento, della flessione del patriarcato stesso, come fondamento e contesto dell’identità di genere maschile, che viene messa in dubbio dal riconoscimento delle competenze femminili. È plausibile difatti che gli uomini non accettino, per timore di perdersi e diventare nessuno all’interno della collettività di appartenenza, l’autonomia delle compagne. 

Sarebbe, piuttosto, a questo punto necessario offrire nuove e più stabili basi per la costruzione dell’identità maschile, insieme all’educazione all’affettività, sempre proclamata e mai messa in pratica. 

Per questo motivo quanti si occupano di violenza sulle donne sanno bene che non siamo più in presenza di un’emergenza, ma purtroppo di una dimensione culturale ben strutturata e sistemica, in cui più le ragazze appaiono libere e padrone di sé stesse e dei loro corpi e più cresce l’odio degli uomini nei loro confronti. Ed è quindi il tema della libertà a diventare il centro del problema, perché viviamo ancora in una cultura e in una società incapaci di accettare la libertà delle donne. 

E tutti i casi di femminicidio raccontano proprio questo. Raccontano di donne che a un certo punto decidono di concludere un rapporto, donne che vogliono lavorare, donne che vogliono stabilire se diventare madri oppure no. La loro ricerca di autonomia è ancora qualcosa di intollerabile per gli uomini. È così evidente questa involuzione che basta soffermarsi sull’età delle vittime per cogliere questa acutizzazione.

E allora che cosa si può fare? Ragionare insieme, donne e uomini, su alcuni nodi significa a volte scoprirli per la prima volta. Ma di sicuro il tentativo più importante sarebbe quello di offrire degli strumenti per leggere e interpretare alcuni comportamenti e provare a prevenire i fenomeni di violenza o, ancora, sostenere chi li sta già subendo.

© Fotografia di Sandro Capatti – Tutti i diritti riservati

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