Paolo Cendon: definirlo un grande giurista sarebbe riduttivo [la stessa espressione (“giurista”) non gli piaceva]. Era uomo di cultura anzitutto: dalla letteratura, classica e moderna, alla cinematografia: «Per affrontare i problemi del rapporto tra incertezza e diritto, con particolare riguardo al processo, un buon modo può essere quello di partire da un celebre film giapponese del 1950 di Akira Kurosawa» (Id., Circostanze incerte e responsabilità civile, in Riv. trim. dir. proc. civ., 1999, 1237). 

Certo, la prima monografia, quella che gli valse la cattedra, è opera molto-molto tecnica, senza cioè divagazioni, oltre il diritto (Il dolo nella responsabilità extracontrattuale, Torino, 1974). Forse per questo a lui non piaceva. Ancora meno era soddisfatto della seconda (Proprietà, riserva e occupazione, Napoli, 1977). E io non capivo proprio il perché. Perché, letta la prima, ne apprezzai il rigore di svolgimento, la profondità del ragionamento, l’ampia bibliografia, la dovizia dei riferimenti anche comparatistici. Ciò che gli osservai. Ottenendo in cambio un suo sorriso, non so se perché per davvero rincuorato, lui, in un certo qual modo, o per benevolenza e basta. La seconda monografia di Cendon (Proprietà, riserva e occupazione) non l’ho mai letta (ora rimedierò). La terza [Comunione fra coniugi e alienazioni mobiliari, Padova, 1979 (agg. 1989)] invece sì. La prima (Il dolo ecc.) quando ero alle prese con la responsabilità civile generale, e con le revocatorie in particolare. Quando ho iniziato a capire, finalmente, perché mi aveva suggerito di studiare a fondo il caso fortuito, dirimente, e l’acquisto del terzo di buona fede, e non. La terza (Comunione ecc.) quando ho preso a guardare meglio al momento attuativo della/e responsabilità. Quando ho iniziato a capire, finalmente, perché mi aveva suggerito di approfondire la teoria proprietaria. Già, non avevo ancora messo a fuoco i punti nodali, di snodo, della r. c. né le premesse logiche della sua attuazione. E, se ora sono un po’ più vicino al vero, lo devo a lui. 

Grazie Paolo! 

Che io ricordi il suo contributo, fondamentale per la moderna conformazione dei diritti della persona, non c’è direi bisogno: la figura del danno esistenziale, i progetti esistenziali di vita, il dopo di noi, l’abrogazione della normativa sui manicomi e sugli alienati (legge Basaglia), l’amministrazione di sostegno (legge Cendon, Rossi), sono merito suo, per la più parte. E, più in generale, che il cammino verso la limitazione – e personalizzazione – delle misure d’incapacitazione personale sia ormai intrapreso, a lui, idem, si deve. Tutto questo si sa, è ben noto. Io tengo dunque a ricordare quello che viene prima, di Paolo Cendon, senza di che non avrebbe potuto fare tutto quello che ha fatto, alla storia ormai. Ed è la sua persona, le sue doti umane, di umanista, appunto. Il suo lascito letterario lo testimonia. Alla moltitudine di “pillole” da lui donata ai lettori di Persona e danno mi riferisco: purtroppo si è perso quanto archiviato sul server di inizio anni 2000 (originario) andato in fumo, letteralmente, una decina d’anni fa mi pare. Resta nondimeno, per fortuna, tutto quanto di poi “postato” nella sua diuturna, instancabile, fin in ultimo, attività divulgativa. Nella sezione (lemma preferiva dire) Letteratura, si possono leggere, di Cendon, sia “mini-saggi editoriali”: «Forme inedite di cattiveria che salgono dalle strade, che invadono le discoteche, i condomini ogni tanto. Si stenta a credere, qua e là, che degli esseri umani arrivino a commettere certe brutture. Qualcuno al mondo continua a innamorarsi, per fortuna, troppe coppie vivono però ripiegate su sé stesse. I genitori degli scolari che scantinano, alle medie e alle elementari, picchiano talora i docenti poco accomodanti. È sempre meno lecito al civilista – in scenari del genere – rimanere chiuso nella sua gabbietta: indifferente alla medicina, incurante della psicologia e della psichiatria, facendo a meno della sociologia e della demografia. Occorre senso dell’equilibrio nel pronunciarsi, circa le questioni, anche fantasia però, prontezza esplorativa; disponibilità a guardare la realtà per com’è effettivamente, nel bene e nel male, comprese le pieghe più segrete dell’animo umano» (Tanti gli individui che non sanno dove andare il titolo). Che lirica (così la chiamerei) Sul mio balcone verso la corte interna, l’anno scorso, una coppia di piccioni ha dato alla luce, e poi covato per settimane, un paio di uova; sono stato attento a non disturbarli – i due nati appena cresciuti e trovate le forze necessarie sono volati via. Coppie umane adesso … Tristezza mi fanno quelle che siedono al caffè con aria annoiata, senza mai dirsi una parola: due bicchieri di Campari semi vuoti, lui che continua a smanettare col telefonino, scorrendo ogni tanto il giornale sportivo, lei che sfoglia una rivista femminile, alza qua e là gli occhi su di lui, il quale non risponde mai allo sguardo. Peggio ancora le coppie con lui che cammina avanti, lei che gli trotterella dietro, tre metri alle spalle, si intuisce che hanno litigato, lui che si volta ogni tanto a controllare le mosse della donna, spazientito, imprecando sottovoce, lei che prosegue il cammino alzando gli occhi al cielo, piena di borse, così per decine di metri. Coppie che mi piacciono adesso. Quelle, in là con gli anni, che camminano a braccetto, mostrando di volersi bene, che si aiutano al supermercato, che scelgono insieme i prodotti da comprare, sorridendo, che alla cassa pagano a quattro mani. Oppure le coppie durante l’intervallo a teatro, commosse o divertite, quelle che siedono festanti a un tavolino della gelateria, quelle di ragazze gay che camminano allacciate, quelle di due bambini piccoli che giocano a rincorrersi. Felici anche le coppie di adolescenti, sui quattordici anni, magrolini, un po’ sbilenchi, che camminando si tengono per mano, che si guardano di continuo, sorridenti, che hanno scoperto da poco di adorarsi, che non hanno bisogno di nessuno. Meglio ancora poi (l’attimo sta per essere colto …) le non-coppie di qualsiasi età che sono in fase di avvicinamento, col cuore e col pensiero, cui non è ancora successo niente, di veramente dolce, che sentono però che qualcosa sta cambiando per loro.

Grazie Paolo!

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