27 febbraio, ore 16:00 circa. Un pomeriggio feriale, frenetico, in una città che non concede tregua: Milano, sempre di corsa, la mia città.
Sei su un tram che ti riporta a casa dopo il lavoro. La mente è affollata: ciò che resta da fare stasera,domani, la prossima settimana. Una rincorsa continua all’adempimento dei doveri, personali e professionali, dando per presupposto un futuro anche solo immediato, come se la sua esistenza fosse giuridicamente certa, acquisita, incontestabile.
Poi, repentinamente, senza alcun preavviso, l’ordinario si spezza. Il tram deraglia con violenza. Un arresto improvviso, brutale, ti travolge. In un istante, la normalità – che ritenevamo situazione di fatto stabile – si dissolve, rivelando tutta la precarietà della condizione umana.
Due morti e cinquantaquattro feriti: un bilancio ancora provvisorio. Alcuni in condizioni gravissime.
Per alcuni di loro, da quel momento, nulla sarà più come prima. Cambierà la percezione della propria esistenza, ma anche – e soprattutto – la propria condizione giuridica. Alla fragilità fisica si accompagnerà una diversa qualificazione soggettiva: persona offesa, danneggiato, invalido, soggetto vulnerabile. Status che non sono solo parole, ma categorie giuridiche che incidono su diritti, tutele,
prestazioni, riconoscimenti.
Nessuno può ritenersi definitivamente collocato nella parte “sicura” dell’esistenza – ammesso che tale distinzione abbia senso. In un attimo si può scivolare nella dimensione della lesione, della malattia, della disabilità. E allora la fragilità non è più concetto astratto o statistica, ma esperienza concreta che interroga il diritto e ne misura l’effettività.
La tutela della fragilità e della disabilità assume così un significato ulteriore. Non è soltanto un sistema di norme speciali o di prestazioni assistenziali: è attuazione diretta dei principi costituzionali di eguaglianza sostanziale, solidarietà e dignità della persona. È il passaggio dall’enunciazione del diritto alla sua concreta esigibilità.
Per chi si trova improvvisamente in una condizione di vulnerabilità si aprono percorsi complessi: accertamenti medico-legali, procedure amministrative, istanze risarcitorie, domande di riconoscimento dell’invalidità, eventuali giudizi civili. Diritti che esistono, ma che spesso richiedono battaglie estenuanti per essere riconosciuti. E, insieme alla burocrazia, si affaccia una solitudine che
il sistema non sempre riesce a colmare.
La protezione dei vulnerabili, allora, non è materia settoriale. È affare di tutti. È, in modo forse persino egoistico, affare di ciascuno di noi, perché ciascuno di noi è potenzialmente destinatario di quelle stesse tutele. Per noi giuristi, in particolare, è responsabilità professionale e morale: garantire che la
risposta dell’ordinamento sia giusta, proporzionata, effettiva.
Una equa protezione dei più fragili non può prescindere dal diritto. Da quel “diritto della fragilità” che il nostro amato e stimatissimo Presidente Prof. Paolo Cendon , auspicava come un nuovo libro del codice civile: non mera suggestione simbolica, ma progetto culturale e normativo. Un diritto capace di riconoscere la vulnerabilità non come eccezione marginale, bensì come dimensione
strutturale dell’esperienza umana, meritevole di disciplina organica, coerente e concretamente applicabile.
Perché basta un istante – un deragliamento, un arresto improvviso – per ricordarci che la fragilità non è degli altri. È una possibilità che ci appartiene. E il diritto, se vuole dirsi tale, deve essere pronto ad accoglierla e proteggerla.

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