È difficile condensare in poche righe un
ricordo del Prof. Paolo Cendon e ridurre in poche righe una vita intera da
sempre dedicata allo studio e alla divulgazione del diritto, certamente, ma
anche e a rendere il diritto una disciplina non astratta, rigida e
stereotipata, come spesso è, ma una disciplina utile e umanistica nel senso
proprio e classico del termine, al
servizio delle persone più deboli, che proprio per questa ragione hanno
difficoltà a vivere in un mondo spesso indifferente, discriminante ed egoista.
Il diritto, come ci ha insegnato il prof. Cendon, non può essere avulso dalla
vita reale e dalle sue complesse problematiche, se non vuole ridursi ad essere
considerato attività tecnica e burocratica.
Sul piano giuridico, la più grande intuizione del prof. Cendon è
sicuramente l’elaborazione della legge numero 6 del 2004 sull’amministrazione
di sostegno della quale, nel libro “Il mondo di Paolo Cendon”, si racconta la
genesi.
La legge suddetta ha davvero rivoluzionato il rapporto tra diritto e
incapacità, rovesciando i presupposti che avevano indotto il legislatore a
concepire l’interdizione e l’inabilitazione, nel 1942. L’impegno del prof.
Cendon si è sviluppato, successivamente al 2004, nel miglioramento e nel
monitoraggio dell’applicazione della normativa da lui stesso pensata, ma anche
nel passaggio successivo, vale a dire quello dell’abolizione dell’istituto
dell’interdizione, con la redazione di una proposta di legge, depositata in
Parlamento.
Di primaria importanza, nel periodo anteriore al 2004, è l’attività del
prof. Cendon con il prof. Basaglia, in relazione al lungo e tortuoso percorso
che avrà, quale importante risultato finale, la chiusura dei manicomi, così
come la battaglia per il riconoscimento del danno esistenziale e del danno non
patrimoniale alla persona, sempre nella prospettiva ideale di dare dignità e
rilievo alla disabilità ed alla sofferenza umana, anche in ambito giuridico.
Dignità e riconoscimento che proseguono, con quello che il prof.
Cendon definisce “Patto di rifioritura”, vale a dire un sistema organico di
misure finalizzato ad un percorso di uscita da situazioni di disagio, violenza,
malattia psichica, verso una vita dignitosa e ricca di stimoli umani, diversa
da quella alla quale, la fragilità, spesso conduce.
Ancora, va ricordata la tematica relativa a progetti psico – giuridici
volti a definire strumenti di tutela di persone disabili, successivamente alla
morte dei genitori, tematica di primaria importanza, per il Professore,
nell’ambito di un “Progetto esistenziale di vita”, così come l’istituzione di
una struttura, a Trieste, per persone prive di autonomia, che mette in pratica
gli strumenti di tutela concettualizzati dal Professore medesimo, in primis
l’amministrazione di sostegno.
Lo scrivente non ha avuto la fortuna di conoscere il Professor Cendon
durante gli studi universitari, avendo frequentato la facoltà di giurisprudenza
presso l’Università degli studi di Genova, ma lo ha conosciuto in prima persona
in occasione dell’organizzazione di un convegno con la sezione ONDIF
(Osservatorio Nazionale sul Diritto di Famiglia) di Savona, durante il quale
presentare il romanzo a sfondo giuridico
del Professore, “Storia di Ina”.
Del primo, colloquio telefonico, durante il quale mi ha raccontato con
passione ed entusiasmo gli incontri più significativi della sua vita di giovane
ricercatore universitario e di giovane docente, successivamente, ricordo, in
particolare una frase, che tengo sempre a mente: non si può essere bravi
giuristi se non si ama la musica, l’arte, la lettura, il cinema, la cultura in
generale.
E questo, perché per il prof. Cendon il diritto è molto di più di un
codice o di una sentenza, ma è l’essenza della vita stessa, con tutte le sue
sfumature e le sue contraddizioni, e come tale non può essere astratto dalla
vita stessa, dalla cultura, dall’emotività.
Da quel momento, con il coinvolgimento in “Diritti in movimento”, la
partecipazione alle iniziative dell’associazione, si è, piacevolmente,
intensificata. Ogni riunione, ogni incontro con una mente libera, indipendente
e ricca di curiosità intellettuali, oltre che giuridiche, quale è quella del
Prof. Cendon, è stata una fonte di
arricchimento interiore importante, significativa, ed in continua evoluzione.
La sua scomparsa lascia un vuoto profondo, non solo nel mondo giuridico e
universitario; sta a tutti coloro che
hanno avuto il privilegio di poter recepire i suoi insegnamenti, portare avanti
la visione umanistica e di empowerment dei soggetti vulnerabili verso una più
compiuta definizione.

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