Paolo Cendon è stata una di quelle figure che sfuggono ad ogni definizione ed un personaggio pubblico che con intelligenza, studio, tenacia e passione ha lasciato un segno nel diritto e nel modo in cui oggi intendiamo la fragilità umana. In occasione della sua recentissima scomparsa, pubblichiamo il ricordo di Angelo Fioritti

Il diritto è stata la sua patria sin dagli studi universitari condotti a Pavia, dopo aver conseguito la maturità classica nella sua amata Venezia, con la quale avrebbe mantenuto un legame indissolubile per tutta la vita. Già a 31 anni divenne professore ordinario di Diritto Privato a Trieste, insegnamento che avrebbe mantenuto sino al pensionamento. Trieste negli anni ‘70 ed ‘80 era un vero e proprio laboratorio della innovazione sociale e Cendon visse in pieno quella stagione, contribuendo attivamente alla ridefinizione culturale, giuridica e sociale del welfare e del diritto. Dalla collaborazione con Basaglia, Rotelli ed i loro collaboratori nacquero alcune delle sue elaborazioni più innovative, tra cui il ripensamento delle categorie di capacità, responsabilità e tutela nel codice civile.

A Cendon si deve poi la sistematizzazione e la diffusione del concetto di danno esistenziale, destinato a influenzare profondamente la giurisprudenza sul risarcimento del danno non patrimoniale, e soprattutto la costruzione teorica e normativa dell’amministrazione di sostegno, introdotta con la legge numero 6 del 2004. L’istituto ha rappresentato una svolta nel superamento delle misure tradizionali di interdizione e inabilitazione, ponendo al centro la persona e i suoi bisogni concreti.

Ma sarebbe riduttivo ricordare Cendon solo come uno studioso del diritto e come un insigne professore. Paolo è stato un personaggio poliedrico, dinamico, coinvolgente e carismatico. I suoi interessi spaziavano dalla letteratura alla filosofia, dalla sociologia all’arte, dalla politica alle scienze mediche. Le conversazioni con Paolo erano esperienze entusiasmanti, nelle quali era capace di aprire all’interlocutore spazi inimmaginabili sulla storia, la letteratura ed il diritto per poi focalizzarsi precisamente su un articolo di legge o su un comma da modificare. Aveva la capacità di allargare e restringere lo sguardo, come fosse dotato di telescopio e microscopio.

Ma ciò che lo distingueva di più era la sua concezione del diritto che, semplificando eccessivamente, non doveva limitarsi a regolare i rapporti tra le persone, ma cercare di rendere migliori le persone. Non un diritto che obbliga e che sanziona, ma un diritto che indica, che orienta, che sostiene e che previene. Nella sua concezione il diritto penale interviene nei fallimenti della società che il diritto civile può aiutare a prevenire, con un approccio equilibrato, personalizzato, supportivo, amichevole. Mentre scrivo mi rendo conto che sto usando tanti aggettivi, come era proprio di Paolo che in questa sua capacità di qualificazione con gli aggettivi aveva la nota retorica distintiva.

Per queste sue straordinarie caratteristiche Paolo era tanto amato quanto criticato. Chi lo amava coglieva in pieno la sua capacità di immaginare una società ed un diritto migliori. Chi lo criticava vedeva in lui un immaginifico utopista lontano dalle asprezze dei conflitti e dalle oscurità della natura umana.

Ma Paolo Cendon è stato un uomo di azione estremamente efficace. Ha fondato la rivista online ‘Persona e Danno’, l’Associazione “Diritti in Movimento”, è stato presidente dell’Associazione “Anziani Terzo Millennio” e coordinatore scientifico del Tavolo nazionale sui diritti delle persone fragili, istituito presso il Ministero della Giustizia. Ha diretto numerose collane giuridiche e curato alcuni dei principali commentari al codice civile e di procedura civile. La sua produzione scientifica è sterminata, con titoli come ‘Il prezzo della follia. Lesione della salute mentale e responsabilità civile’ (Il Mulino, 1984); ‘Un altro diritto per il malato di mente’ (Esi, 1988); ‘I bambini e i loro diritti’ (Il Mulino, 1991); ‘Colpa vostra se mi uccido’ (Marsilio, 1996); ‘Persona e danno’ (con E. Pasquinelli, Giuffrè, 2004); ‘Il risarcimento del danno non patrimoniale’ (Utet, 2009); ‘L’amministrazione di sostegno’ (con R. Rossi, Utet, 2009). Cendon si è anche impegnato in una intensa attività narrativa, con romanzi e racconti dedicati ai temi della fragilità, dell’ascolto e della dignità della persona: ‘L’orco in canonica’ (Marsilio, 2016); ‘Storia di Ina’ (Aliberti, 2020); ‘Ombre in cerca di ascolto’ (Aliberti, 2024) e ‘Vivere la propria vita’ (Santelli, 2025). (di Paolo Martini).

Il suo carisma e la sua levatura intellettuale hanno aggregato intorno alla sua persona una vera e propria “comunità di pensiero” che si confrontava attraverso la rivista “Persona e Danno” e poi nella Associazione “Diritti in Movimento”. Con quest’ultima in particolare negli ultimi anni Cendon intendeva continuare la sua azione verso un diritto più umano ed attento ai fragili attraverso 8 battaglie: Abolizione della interdizione, famiglia e fragilità sopravvenute, empowerment negoziale per i fragili, responsabilità e debiti nel mondo della fragilità, valorizzazione del territorio e delle pratiche felici, costituzione degli sportelli comunali per le fragilità, patto di rifioritura.

In questo elenco di lotte per “un altro diritto” al servizio dei più fragili, nel lessico così poco giuridico e fortemente umano, c’è tutta l’eredità che Paolo Cendon ci lascia e che sarà molto impegnativo portare avanti senza di lui.

  • Uno degli ultimi lavori di Cendon che riassume tutte le sue idee sulla fragilità è: Variazioni sulla fragilità umana, pubblicato in “Il diritto di famiglia e delle persone”, Anno LIII fasc. 2 – 2024
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