Tutti, quando ci alziamo dal letto al suono della sveglia, sappiamo già, più o meno, quelli che saranno gli impegni del giorno.  C’è chi fa l’insegnante, chi il medico, chi l’avvocato, chi la casalinga: ognuno col proprio lavoro specifico, con la propria principale attività ogni mattina apre gli occhi e si prepara a vivere la giornata senza particolari scossoni. Ma c’è qualcuno – anzi ce n’è più di uno – che alzandosi dal letto la mattina non sa cosa gli toccherà fare, o meglio non sa quante attività gli toccherà espletare per svolgere la propria importante funzione di supporto. 

Questo strano personaggio, che è “uno, nessuno e centomila”, è il caregiver. Una sorta di essere mitologico, che dovrà essere perfettamente in grado di fare un po’ di tutto, non solo quel giorno, ma tutti i giorni che il buon Dio gli ha destinato o ha destinato alla persona che gli è stata affidata. 

Gli potrà capitare, infatti,  di fare l’infermiere, il legislatore, l’oss, il  fisioterapista, il parrucchiere, lo psicologo. E tutto nello stesso giorno. Perché pur essendo una persona “normale”, pur non avendo studiato per fare nulla di quelle cose e neppure di farle tutte insieme, si ritroverà a doverle fare per bisogno, cioè  per esigenza di cura.

Questo è il mondo di un caregiver tutti i giorni, il mondo di una persona che accudisce un’altra persona con disabilità e che, purtroppo, non è autonoma. 

Chi guarda un caregiver lo fa spesso provando un sentimento di pietà,  di commiserazione, perché lo percepisce come uno sfortunato, uno a cui è  capitata una… disgrazia e gli tocca gestirla, privandosi di ogni cosa per poter star dietro alla persona che gli è stato dato da accudire.   

Però,  se riflettiamo solo un momento, è facile immaginare che la medesima cosa, cioè fare il caregiver,  potrebbe disgraziatamente capitare a tutti, in qualsiasi momento, in un qualsiasi giorno e la spensieratezza e la serenità verrebbero improvvisamente e malamente spezzate dal sopraggiungere di una malattia o di una condizione che porta all’urgenza di cure continue nei confronti di un componente del gruppo familiare.

È quello il giorno in cui accade qualcosa di terribile che ti cambia definitivamente la vita e ti farà diventare, volente o nolente, qualunque figura professionale ci sia bisogno di essere per quella persona con disabilità che devi aiutare.

Una figura che però non è riconosciuta dalla legge.

Una figura che, invece, proprio per il suo poliedrico impegno meriterebbe uno stipendio e una pensione. Perché tanti cargiver per assistere un familiare hanno purtroppo perso il lavoro o hanno avuto una drastica riduzione delle ore lavorative. 

Ma perché in una società evoluta come la nostra, in cui la politica si dice presente e attenta alle esigenze dei cittadini, non c’è nessuno che si adoperi per far sì che qualcuno, preparato al compito e con continuità, aiuti un caregiver ad accudire un padre, una madre, un figlio, un fratello con disabilità, affinché lo stesso possa lavorare preservando il suo stato psicofisico, senza essere trasformato in un essere stanco, depresso e demotivato?

Per un giorno, almeno il giorno di Natale, pensate che anche i caregiver hanno diritto a una vita dignitosa, pur nella consapevolezza che c’è sempre qualcuno accanto a loro che ha bisogno di essere tenuto per mano, accarezzato, curato. Buon Natale!

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