Riprendere in mano OMBRE IN CERCA DI ASCOLTO, scritto da Paolo Cendon per la Compagnia editoriale Aliberti, ha significato per me in questi giorni- ancora una volta – pormi l’urgenza di voltarmi indietro, di guardarmi intorno: di osservare le donne, gli uomini, i ragazzi, i bambini accanto a me, oppure lontani migliaia di chilometri, per come ce li raccontano i media, i giornali, ma soprattutto per come li immagino io e interrogarmi sulle loro vite, sulla mia vita e scoprire le loro e le mie infinite fragilità. Le fragilità, e soprattutto la conseguente solitudine che ne deriva, sono esperienze che mi appartengono e che provocano in me emozioni e sentimenti profondi e umani che, se vissuti nel silenzio e nell’isolamento, nello straniamento di questo mondo che gira troppo velocemente senza darmi possibilità di fermarmi per ascoltarmi, possono farmi sentire come un’ombra, un fantasma, sbiadendo la mia vitalità, la mia capacità di stare connessa con la realtà. E questo vale per me e per tutti gli altri individui che percorrono le strade del mondo. Ma è pur vero che questi stati non sono sempre e solo fonti di sofferenza, ma anche luoghi di possibile riscoperta del sé, della propria interiorità e della sua ricchezza, dimenticata e stritolata dal rumore della società chiacchierona che ci circonda.
E Paolo ha voluto e saputo, grazie alla sua profonda capacità di attenzione e riflessione, raccogliere in questa sua opera proprio delle storie “fragili”, delle storie di “fragilità”, ambientate nelle sue città del cuore, Venezia e Trieste, ma pure in altre località italiane e non solo italiane. Storie che sono state scritte con modalità diverse, mai uguali, con lo scopo di aprire squarci nelle solitudini delle persone, solitudini inascoltate e per qualcuno anche fastidiose da scoprire. Storie di vittime e di chi li ha rese tali, di violentati e di violenti che intrecciano in modi strani e quasi inconcepibili le loro esistenze. Nella realtà, a ben vedere, tutti, buoni e cattivi sono ombre, compartecipi delle stesse debolezze, coinvolti in modo inspiegabile e insieme uguale nelle difficoltà che la vita pone loro quotidianamente davanti.
Le persone fragili, d’altronde, sono come tutti quanti al mondo, e come tutti quanti si alzano la mattina e cominciano a fare programmi, a immaginare quello che si prospetta per loro: nuovi incontri, sorprese, magari anche l’amicizia, l’amore. Anche loro si perdono in occupazioni semplici, come tutti, magari nascondendo a sé stessi e agli altri le proprie sofferenze, magari quelle che non si vedono, ma che segnano più di qualsiasi ferita o disabilità visibile.
Sono quelle che si custodiscono in silenzio, nascoste dietro un sorriso a mezza bocca o una parola di circostanza, perché non sempre è facile mettersi a nudo e mostrare la propria debolezza.
Ma come si può vivere per sempre con un dolore invisibile? Il dolore che si preferisce non vedere, perché è più facile, perché girarsi dall’altra parte permette di non farsene carico.
Ma Paolo no, non ha voluto lavarsene le mani! Le ha raccontate queste storie di fragili e ha cercato nella sua vita professionale di prendersene cura, di cercare soluzioni. Non ha cancellato il dolore di tante solitudini, ma ha camminato insieme ad esse, trasformandole in nuove opportunità di vita dignitosa.

Lascia un commento
Devi essere connesso per inviare un commento.