Quando si pensa a una persona con disabilità in genere si è portati, quasi per scusarsi di non essere come lei, a mitizzarla, a renderla – come spesso si sente dire o si legge – un “guerriero”, sempre pronto a combattere lancia in resta e con il sorriso stampato sul volto contro un destino avverso, che lo ha destinato a questa continua dolorosa inquietudine. Il solo fatto, quindi, che queste persone debbano subire una vita fatta di mancanze, di incapacità a raggiungere anche quelli che i normodotati considerano obiettivi minimi, fatta anche di sofferenza fisica e psicologica, li fa diventare agli occhi degli altri individui “sani” naturalmente buoni, esseri speciali da cui prendere esempio per la loro capacità di sopportazione, di resilienza, di accettazione di una condizione, che gli altri, tutti gli altri, considerano insopportabile da vivere.
Intanto, per prima cosa, bisognerebbe pensare alla disabilità come a un qualcosa che potrebbe capitare tra capo e collo all’improvviso a tutti e non semplicemente ad un qualcosa che per caso è capitata a qualcuno particolarmente sfigato.Tesi questa tanto vera se si pensa che nella letteratura anglosassone, che parla nello specifico delle problematiche della disabilità, i normali sono detti “temporary abled”. E forse il fatto di doversi percepire solo “temporaneamente abili”, porterebbe a sfatare il mito del disabile buono, angelico, resiliente, perché spingerebbe a immaginarsi nella effettiva situazione che quello è costretto a subire ogni santo giorno. Un individuo che è per sua natura iracondo, senza una gamba, lo sarebbe di meno? O lo sarebbe ancor di più vedendosi costretto su una sedia a rotelle?
Il problema è che la disabilità fa paura a tutti e allora si cerca di farsela piacere, inventandosi espressioni, frasi, aggettivi che definiscano le persone con disabilità positivamente, ma soprattutto in modo non concreto.
Perché quelle persone, che si tende a immaginare quasi asessuate, sono persone vere, non sono né angeli, né eroi, ma, come tutti, hanno un ventaglio completo di personalità, caratteri, vizi e difetti. Un individuo con disabilità, pertanto non deve essere, per necessità del suo status, gentile e sorridente, ma è possibile che sia sgarbato, aggressivo, intelligente, ambizioso o svogliato, come un qualsiasi altro essere umano sulla terra.
Basta, pertanto, a tutti quegli stereotipi, che impediscono, negandola, la loro individualità, le loro complessità emotive e, spesso, il loro diritto a essere incavolati con il mondo e con i… normali, che non riescono proprio a eliminare tutti quegli impedimenti, quelle barriere che rendono la loro vita in alcuni casi quasi impossibile da sopportare per le difficoltà che incontrano quotidianamente.
La pretesa che le persone con disabilità siano buone, brave e semplici nei sentimenti e nelle aspettative è una forma di pregiudizio che ignora le loro esigenze reali, il loro diritto alla rabbia e il loro bisogno di pari opportunità anziché di pietà o lodi senza senso.

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