Riceviamo e pubblichiamo
Porto Vecchio: sgombero e morte, titola “Il Piccolo” di giovedì 4 dicembre. E nell’occhiello: “Il cadavere di un giovane trovato in uno dei magazzini abbandonati da dove erano stati appena sloggiati 155 immigrati”.
“Una morte annunciata e colpevole”, recita il comunicato stampa dell’ICS (Consorzio Italiano di solidarietà). “La morte del cittadino algerino Magoura Hichem Billal (9.01.93) è la quarta, nelle ultime settimane, a coinvolgere un giovane straniero in Friuli-Venezia Giulia. L’autopsia chiarirà la causa esatta del decesso, ma l’essenziale è già evidente: la morte avvenuta a Trieste, come le due di Udine e quella di Pordenone, non è un fatto tragico e inevitabile, bensì il risultato della radicale assenza dell’intervento pubblico dovuto a tutte le persone in situazioni di estrema emergenza”.
Lo scorso trenta novembre era comparso su Repubblica un lungo articolo di Alessia Candito intitolato “Il muro di gomma di Trieste: 200 richiedenti asilo costretti dalla burocrazia al gelo del Porto”. La nuova strategia della deterrenza del Viminale si maschera dietro lungaggini e inefficienze amministrative. Per chi arriva è sempre più difficile presentare richiesta d’asilo, i tempi ormai si sono allargati a dismisura. Da mesi in centinaia sono costretti a vivere nei magazzini del Porto Vecchio.
Ancora dal comunicato stampa di ICS: “I servizi di bassa soglia a rotazione, aperti anche a chi non è residente e destinati a offrire protezione dal freddo, contano a Trieste appena venti posti: una cifra ridicola per una città collocata su rotte migratorie importanti.
Tutto questo mentre la città sta allestendo un numero enorme di banchetti di Natale e posizionando luminarie in tutte le vie del centro, a pochi passi da Porto vecchio.
La situazione che si è creata richiama “La zona di interesse” (2023), film diretto da Jonathan Glazer, che racconta la vita quotidiana apparentemente serena della famiglia Höss, che vive accanto al campo di concentramento di Auschwitz.
Da un lato una città che vive la sua vita normale e dall’altro un ghetto contiguo la cui morte e sofferenza vengono colpevolmente celate.

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