Una giovane mamma di 38 anni di Montebelluna, in provincia di Treviso, è stata licenziata in tronco per aver chiesto di poter accudire il figlio gravemente malato. Dopo anni di lavoro in una multinazionale tedesca, la donna ha ricevuto, senza alcun preavviso, una lettera di licenziamento, con cui l’azienda, in cui ha assolto con efficienza un impiego di ufficio di una certa rilevanza, di fronte alla situazione difficile che stava attraversando, con un bambino disabile grave, – che nel 2022 era stato cacciato dall’asilo in cui lo aveva iscritto, perché gli insegnanti non sapevano come gestire la sua condizione, e di cui soltanto lei ormai si poteva occupare dopo la separazione dal marito, che non aveva mai accettato la difficile malattia del figlio – ha deciso di buttarla fuori illegittimamente.
La donna non è rimasta con le mani in mano, ma ha deciso di impugnare il licenziamento, chiedendo l’annullamento del provvedimento e il risarcimento delle spese legali e soprattutto dei danni subiti, materiali, morali ed esistenziali. La sentenza in primo grado le ha dato ragione, ma la battaglia che dura dal 2 settembre del 2024, cioè da quando ha ricevuto la lettera che la avvisava della decisione dei suoi superiori, non è conclusa.
Un mese prima del licenziamento, la donna aveva infatti comunicato all’azienda che dal 1 settembre avrebbe usufruito del congedo straordinario per il figlio, a cui è riconosciuta la legge 104, perché affetto dalla nascita – avvenuta nel 2021 – da una rara patologia genetica, che ha bisogno di cure specifiche per essere trattata, cosa di cui i responsabili della multinazionale erano a conoscenza già da quando la donna è stata assunta in Germania come Project Controllerin.
La famiglia della donna, le ha consigliato allora di ritornare a Montebelluna, dove avrebbe trovato più assistenza medica e soprattutto il supporto dei familiari. Così lei ha chiesto il trasferimento per la sede italiana di Milano, avvenuto nel 2023. Per contratto poteva lavorare in smartworking, continuando a ricevere incarichi dalla sede tedesca. Ma la situazione del piccolo, aggravatosi ulteriormente, diventava per la giovane sempre più complicata da gestire. La trentottenne, come nel suo diritto, ha chiesto così il congedo straordinario per prendersene cura, avvisando l’ufficio delle risorse umane dell’azienda già a inizio agosto del 2024. L’ufficio in questione le ha risposto solo per comunicarle che la richiesta era stata presa in carico.
Ma il 2 settembre, il giorno successivo all’inizio del periodo di congedo, è arrivata la lettera di licenziamento, datata 22 agosto.
Nonostante l’intervento dei sindacati, l’azienda non ha fatto alcun passo indietro rispetto alla scelta fatta di mandarla via in tronco. Così la donna si è rivolta ad un avvocato, in quanto voleva essere reintegrata, ma anche aver riconosciuti i danni provocati dall’ingiusto provvedimento.
La multinazionale, in prima battuta, ha cercato di appianare il contenzioso, senza tenere conto di quello che lei aveva dovuto subire, ma la trentottenne ha rifiutato e, nonostante il divorzio in corso e il riconoscimento dell’affidamento super esclusivo del figlio, ha proseguito la causa contro i suoi datori di lavoro, riuscendo a ottenere la vittoria. Il giudice ha convenuto infatti che il licenziamento era ritorsivo e quindi nullo e le ha riconosciuto il risarcimento per danni.
Una vittoria difficile da digerire per l’azienda, che ha sborsato il denaro solo dopo il sollecito di pignoramento. La causa però è ancora in corso, in quanto il 18 settembre la sentenza è stata impugnata.

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