Ad ogni fatto di cronaca
nera, allorquando si ravvisino, nel presunto reo, patologie mentali, nell’universo entusiasta ed acritico verso la Legge n. 180/1978 scattano dei meccanismi di autodifesa ciclici del seguente tenore: “Non è mai stata applicata la Legge
Basaglia” – “Non ci sono
abbastanza soldi per la Salute Mentale” – “La soluzione sta nei servizi
territoriali”.
Ora, a parte la disciplina irrinunciabile del TSO, come possiamo spiegare che
la tanto contemplata Legge 180/1978, abrogando le strutture manicomiali, ha
scaricato sulle Regioni il peso della sofferenza psichiatrica?
Pretendere di “abolire i manicomi”,
rinviando al dopo, e ad altri, una seria politica sanitaria, è solo uno slogan
sulla carne viva delle famiglie.
Non basta parlare di
soldi, bisogna parlare di “volontà di cura” e “volontà di presa in carico”,
rifugiarsi dietro slogan: “è un
problema sociale”, “tanto non si vuole curare”, crea l’effetto di far riemergere la nostalgia diffusa per i manicomi. Parimenti, il concetto di autodeterminazione terapeutica in ambito psichiatrico, non può essere il
medesimo usato nelle altre branche della Medicina, e ciò nell’ottica della
prevenzione di fatti criminosi, commessi soggetti affetti da patologie
psichiatriche.
Nei Lavori Preparatori della Legge 180/1978, venne idealizzata una scarsa ospedalizzazione negli SPDC,
da una lato, e una forte presenza dei
servizi territoriali, dall’altro, orbene
che cosa si intende per servizi territoriali?
Visite ambulatoriali di 10-15 minuti?
Una ricetta medica al mese con l’appuntamento fissato a 30-90 giorni? Pensare che la parola
possa mettere una toppa risolutiva, alla disgregazione dei gruppi familiari?
Non stupiamoci se i Pronto Soccorso, dei nostri Ospedali generali, siano tuttora pieni di situazioni afferenti a sofferenza psichiatrica.

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