C’è una forma di violenza che non lascia segni immediatamente riconoscibili.
Si manifesta nel controllo dei messaggi, nelle gelosie presentate come gesti d’amore, nei silenzi usati come ricatto emotivo, fino a erodere completamente l’identità di chi la subisce. È una violenza che si infiltra nelle relazioni tra adolescenti, proprio quando il limite tra cura e possesso diventa fragile e rischioso, nel periodo in cui si costruisce il proprio universo affettivo e in cui l’età porta a credere all’amore totale, senza misure.
Oggi sempre più giovani si confrontano con modelli di relazione distorti, amplificati dai social e da una cultura che fatica ancora a riconoscere apertamente certi comportamenti e rimane ancorata a dinamiche patriarcali sottili ma radicate.
Sebbene non esista una categoria giuridica specifica per la violenza “teen dating”, molte condotte rientrano in reati già previsti dal codice penale, anche se commessi da minorenni, parliamo di:
Atti persecutori (stalking)
Maltrattamenti contro familiari o conviventi (applicabile anche ai rapporti di convivenza o legame affettivo “stabile”, anche se giovani).
Lesioni personali
Minacce e percosse
Revenge porn / diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite
Accanto a questo impianto normativo, vale la pena richiamare anche la Convenzione di Istanbul, adottata dal Consiglio d’Europa nel 2011 e ratificata dall’Italia con la Legge 22 del 27 giugno 2013. È il principale trattato internazionale dedicato alla prevenzione e al contrasto della violenza contro le donne, e rappresenta una cornice fondamentale per comprendere come il tema non sia solo una questione educativa, ma un nodo cruciale di diritti umani. La Convenzione insiste infatti sulla necessità di intervenire sugli aspetti culturali alla radice della violenza: stereotipi di genere, modelli relazionali basati sul possesso, normalizzazione del controllo e della gelosia.
Il testo chiede agli Stati di promuovere, fin dalla scuola, relazioni fondate sull’uguaglianza e sul rispetto, integrando nei programmi educativi elementi come la gestione non violenta dei conflitti, il riconoscimento delle emozioni, l’autonomia personale e la capacità di stabilire e rispettare i confini.
Non si può infatti parlare di violenza nelle relazioni affettive adolescenziali senza guardare alla scuola come primo luogo di prevenzione. Non solo perché rappresenta uno spazio privilegiato di crescita emotiva e sociale, ma anche perché negli ultimi anni è stata investita da un quadro normativo che le affida un ruolo sempre più forte nella promozione delle competenze relazionali e del rispetto reciproco.
La legge 92/2019 per esempio, che ha reintrodotto l’insegnamento dell’educazione civica in modo strutturale, non si limita ai temi della cittadinanza o della Costituzione ma dialoga perfettamente con i principi della Convenzione di Istanbul.
Tra i suoi assi portanti compaiono infatti la parità di genere, la cultura del rispetto, la prevenzione della violenza e delle discriminazioni. Questo impianto normativo consente alle scuole secondarie di integrare nelle proprie progettualità, con il consenso dei genitori, anche percorsi dedicati all’educazione all’affettività, intesa non solo come educazione sessuale in senso stretto, ma come spazio per imparare a riconoscere dinamiche sane e malsane nelle relazioni: la gestione del conflitto, la comunicazione non violenta, il consenso, i confini personali, l’autonomia emotiva ed economica.
La legge, dunque, ci offre una cornice che legittima e incoraggia percorsi di prevenzione primaria, cioè interventi culturali e formativi che per funzionare devono avere però un linguaggio diretto ai ragazzi capaci di far capire loro l’importanza di agire prima che comportamenti violenti si manifestino e il danno sia irreparabile.
Oggi più che mai abbiamo il dovere di offrire agli adolescenti strumenti, parole e modelli per distinguere l’amore da ciò che amore non è. Perché la violenza non comincia quando esplode, ma quando ne minimizziamo i segnali finendo per scambiarli per normalità. Barbara Nardulli

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