Si è tenuto oggi il primo evento in presenza dedicato alla memoria del Prof. Paolo Cendon, promosso dall’Ordine degli Avvocati di Reggio Emilia e dall’associazione Diritti in Movimento. Un incontro denso, molto partecipato, attraversato da una comune consapevolezza: il pensiero del Maestro non appartiene al passato, ma continua a interrogare il presente del diritto civile, specie là dove esso incontra la fragilità della persona.
L’iniziativa ha rappresentato non soltanto un momento di ricordo, ma soprattutto un’occasione di confronto vivo e attuale sui temi che hanno segnato l’opera di Cendon. Al centro del dibattito, l’amministrazione di sostegno quale strumento capace — se correttamente interpretato — di coniugare protezione e autodeterminazione, evitando quelle derive sostitutive che rischiano di svuotare la persona della propria voce.
Fin dall’apertura dei lavori è emersa con chiarezza la cifra culturale dell’incontro: un diritto inteso non come sistema chiuso di regole, ma come pratica quotidiana di ascolto, relazione e responsabilità. In questa prospettiva, il lascito di Cendon si è rivelato, ancora una volta, come un invito a ripensare gli strumenti del diritto privato alla luce della dignità umana, nella sua dimensione concreta e vulnerabile.
In tale cornice si sono innestati gli interventi dei relatori, ciascuno dei quali ha offerto una declinazione specifica del pensiero cendoniano. La moderazione di Francesca Salami ha segnato sin dall’inizio la direzione del confronto, richiamando la necessità di tenere insieme diritto e umanità nel solco del pensiero di Cendon, anche attraverso la multidisciplinarietà. Aline Cendon ha evocato l’identità più autentica di Diritti in Movimento definendola non una semplice associazione ma “la casa delle idee di Paolo Cendon”. Daniele Mercadante ha sviluppato un confronto tra la legge delega e il progetto cendoniano di abrogazione dell’interdizione, evidenziando come solo quest’ultimo si caratterizzi per una straordinaria raffinatezza tecnico-giuridica, capace di coniugare rigore sistematico e dimensione umana del diritto. Claudio Tagliaferri ha richiamato il linguaggio dolce della disciplina dell’amministrazione di sostegno, sottolineando come la protezione passi anche attraverso il peso e la delicatezza delle parole. Rita Rossi ha indagato il confine mobile tra protezione e autodeterminazione, ponendo al centro la necessità di decidere senza tradire la volontà della persona, anche auspicando il ricorso al Patto di rifioritura. Fabio Valenza ha restituito centralità al diritto di esprimere la propria scintilla vitale, individuando negli atti personalissimi lo spazio inviolabile dell’identità individuale. Cinzia Gimelli ha offerto una lettura relazionale dell’istituto, descrivendo l’amministratore di sostegno come ponte: accompagnare senza sostituire, custodire senza soffocare. In chiusura, le conclusioni di Giovanni Catellani hanno ricondotto a sintesi i lavori, riaffermando il diritto come paradigma della vita: non regola astratta, ma pratica concreta di dignità e relazione.

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