Per me Paolo Cendon è stato un maestro, in tutti i
significati che può avere questa parola.
È stato maestro nell’approccio al diritto,
facendomelo scoprire vivo, in tutte le sue sfumature: il danno esistenziale,
quella voce di danno che incide sul fare delle persone, su ciò che la vittima di un torto non può più fare o
non può più fare allo stesso modo per effetto dell’illecito; l’importanza di
approntare risposte risarcitorie per i torti che si consumano tra le mura
domestiche; l’amministrazione di sostegno quale “stampella” — mi piace usare
una delle tante espressioni che lui aveva inventato — volta a consentire alla
persona fragile, schiacciata da un impedimento fisico, psichico o sensoriale,
di realizzarsi comunque nella dimensione dell’agire quotidiano.
Il diritto privato, insomma, come ribalta sulla
quale immaginare strumenti giuridici capaci di rendere la persona davvero
artefice del proprio destino.
Ricordo quante volte, ai convegni, si diceva di lui
che fosse un giurista atipico: giurista e filosofo insieme, sognatore. Anch’io
notavo in lui questa caratteristica inconsueta. Con una precisazione, però:
Paolo era al tempo stesso un cultore rigoroso del diritto, conoscitore profondo
degli istituti privatistici e della loro applicazione concreta.
Credo di poter dire che con Paolo ho imparato anche
a scrivere il diritto. All’inizio,
quando lavoravo al mio primo libro, gli inviavo personalmente le bozze e lui le
correggeva con un’attenzione e una cura che mi onoravano. Io assorbivo i suoi
consigli, le sue indicazioni, che per me erano linfa vitale.
E così arrivò — ben presto, a dire il vero — anche
l’amicizia.
Dialogare con lui era sempre coinvolgente,
trascinante. La sintonia che sapeva creare con quel folto gruppo di noi, nei
week-end triestini, rimarrà per sempre uno dei ricordi più belli della mia
vita. Sapeva farti sentire apprezzato, valorizzato, sapeva tirare fuori il
meglio da ciascuno. Sapeva anche ascoltare — dote rara, credo, al giorno
d’oggi.
Accadeva spesso che, mentre esponevo le mie
considerazioni su un tema oggetto di dibattito nei nostri incontri, Paolo
rimanesse in silenzio ad ascoltare. Quando avevo concluso, continuava a tacere,
con lo sguardo rivolto verso un punto indefinito dell’orizzonte, trasognante.
Io attendevo allora con una certa ansia che rientrasse nel dialogo, con la
sensazione di aver detto una grande cavolata. In realtá mi restituiva la mia
riflessione con uno spunto nuovo.
Era il suo modo: vagare nello spazio etereo del
pensiero per intercettare l’idea giusta. Ed è così che lo immaginerò sempre,
anche adesso, mentre punterà lo sguardo dall’alto verso la terra, verso di noi.
Maestro, ancora, di onestà intellettuale. Con Paolo
si entrava in un rapporto autentico, diretto, senza ipocrisie. Avrebbe potuto
entrare nel mondo dei potenti, della politica; ha scelto invece di essere un
Don Chisciotte. Ed anche questo lo ha reso unico.
Con lui il confronto era sempre sereno, anche quando
non si convergeva sulla stessa posizione. Mi viene in mente il caso Gilardi,
che ci ha visti in parte su posizioni diverse.
Con Paolo ho condiviso tanto lavoro appassionato: i
lunghi pomeriggi passati insieme a costruire il progetto di riforma per
l’abrogazione dell’interdizione e il rafforzamento dell’amministrazione di
sostegno; il libro scritto insieme; i convegni in tutta Italia per spiegare che
“tutelare” non significa relegare la persona in un angolino stretto e buio,
privandola della capacità di agire, ma mettere una persona nelle condizioni di
continuare a essere protagonista della propria vita, anche nella fragilità: “proteggere
senza mortificare” era un po’ il suo motto.
Paolo ha cambiato il diritto privato italiano in due
direzioni che hanno la stessa radice.
La prima è l’elaborazione del danno esistenziale
nella responsabilità civile. Paolo ha dato dignità giuridica ad un danno che
per troppo tempo era rimasto invisibile: il danno del fare, della vita quotidiana che si spezza a causa del torto. Non poter più
svolgere le attività attraverso cui una persona realizza se stessa, non poter
più portare avanti il proprio progetto di vita. Un’intuizione decisiva, anche
se scomoda per alcuni, che sono riusciti ad annacquarne la portata facendo
rientrare il danno esistenziale in una categoria definita più per ciò che non è
che per ciò che è (il danno non patrimoniale).
La seconda è l’amministrazione di sostegno: un istituto pensato come strumento
flessibile, reversibile, costruito “a misura di persona”. Nei suoi scritti
Paolo ha sempre insistito su questo punto: la protezione non può ridursi alla
gestione dei beni, ma deve riguardare la vita, le relazioni, le scelte
quotidiane, la volontà dell’interessato.
Negli anni più recenti il suo pensiero innovativo
aveva compiuto un ulteriore passo avanti. Paolo parlava sempre più chiaramente
di progetto di vita come asse
portante del sistema di protezione delle persone fragili. Aveva elaborato
strumenti nuovi, come il patto di rifioritura, pensato per le fragilità più complesse, con l’idea che il diritto
debba creare le condizioni per una possibile ripresa, una ricostruzione, una
nuova fioritura della persona.
Paolo, purtroppo, non ha potuto vedere compiuto il
progetto di abrogare l’interdizione. Ma quel lavoro non si fermerà. Sarà cura
di tutti noi del suo gruppo di studio portarlo avanti con coerenza e
responsabilità. È un impegno che sentiamo come un dovere. E mi piace pensare
che Paolo ci aiuterà dall’alto.
Grazie Paolo.
Ti saluto come facevi sempre tu: “Stretta
affettuosa”.

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